13
FEB
2018

Le neuroscienze non raccontano storie

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«Il fine delle neuroscienze è comprendere i meccanismi biologici che spiegano l’attività mentale. Le neuroscienze cercano di capire […] che cosa accada nella regolazione di emozioni, pensieri e azioni in disturbi come la depressione, la mania, la schizofrenia e il morbo di Alzheimer». Tutti ci auguriamo che presto possa essere trovata una cura efficace a queste e altre malattie. Gli obiettivi, però, che il premio Nobel per la medicina ERIC R. KANDEL attribuisce alle neuroscienze nei saggi raccolti in Psichiatria, psicoanalisi e nuova biologia della mente sono ben più ambiziosi. «Cercano di capire in che modo i circuiti neurali che si formano durante lo sviluppo permettano agli individui di percepire il mondo intorno a sé, di ricordare queste percezioni e di agire sul ricordo di queste percezioni. Cercano anche di comprendere le basi biologiche della nostra vita emotiva, il modo in cui le emozioni colorano i nostri pensieri».

Il neuroscienziato esprime l’auspicio che «la biologia molecolare possa fornirci una prospettiva originale nello studio del comportamento e che le sue scoperte possanocondurre a una nuova scienza della mente, fondata sulle basi empiriche rigorose delle biologia molecolare ma anche sui concetti umanistici della psicoanalisi». Ma sicomprende bene e presto che, in realtà, ciò che chiede alla psicoanalisi NON è una collaborazione paritaria. «Il prossimo passo sarà quello di incorporare alcuni aspetti della teoria psicoanalitica nell’odierna biologia della mente, creando una prospettiva unificata che spazi dalla mente alle molecole, una prospettiva che sia di ispirazione per gli psichiatri e contribuisca a migliorare le terapie offerte ai pazienti». Si tratta, appunto, di una incorporazione della psicoanalisi nella scienza. «Dobbiamo fondare lapsicoterapia su basi scientifiche ed esplorare le sue implicazioni sul piano biologico, impiegando le tecniche di neuroimaging e altri strumenti di valutazione empirica.[…] La recente fusione tra psicologia cognitiva e neuroscienze – che ha prodotto la disciplina che oggi chiamiamo neuroscienze cognitive – si sta rivelando una delle aree più interessanti di tutta la biologia». E d’altra parte, secondo KANDEL, «quale potrebbe essere l’aspirazione della psicoanalisi, se non quella di essere la più cognitiva delle neuroscienze? Il futuro della psicoanalisi, semmai avrà un futuro, risiede nella psicologia empirica, nelle tecniche di visualizzazione cerebrale, nelle metodiche neuroanatomiche e nella genetica umana».

Senza questa resa incondizionata, per il dottor KANDEL la psicoanalisi NON avrà futuro. «La psicoanalisi non ha progredito in direzione di una maggiore scientificità, nel senso che non ha sviluppato metodi oggettivi per sottoporre a verifica le idee stimolanti che aveva formulato in passato. […] Se però si adagia sui risultati del passato, lapsicoanalisi è destinata a rimanere una filosofia della mente; in questo caso gli scritti di psicoanalisi – da Freud ad Hartmann, da Erikson a Winnicott – andranno letti come testi filosofici o poetici comparabili alle opere di Platone, Shakespeare, Kant, Schopenhauer, Nietzsche e Proust». E così, per il neuroscienziato, anche il miglior psicoanalista si ridurrebbe ad essere comparabile con uno SHAKESPEARE qualsiasi, che pure ha scandagliato, senza tecniche di neuroimaging, ogni angolo, anche quello più recondito, della mente, della coscienza, dell’inconscio, dell’anima umana.

KANDEL cita spesso FREUD ma MAI, nelle 450 pagine del volume, JUNG. E non sorprende, pur se un po’ sconforta la ristrettezza di vedute. D’altronde, celeberrima è la frase di JUNG: «La psicologia deve abolirsi come scienza, e proprio abolendosi, rag­giunge il suo scopo scientifico. Ogni altra scienza ha un “al di fuo­ri” di se stessa, ma non la psicologia, il cui oggetto è il soggetto di ogni scienza in generale». Commenta Daniela Ribola, analista junghiano: «affermazione scioccante dal punto di vista accademico. Ed è per questo che Jung non viene insegnato nelle accademie. Jung è troppo neo paradigmatico: la scienza attuale non riesce ancora a contenerlo, non ce la fa».

E JAMES HILLMAN ci ricorda che il porsi di JUNG «tra le due ortodossie, la religione teologica e lo scientismo clinico, ha ristabilito nell’esperienza il regno intermedio, che egli chiamò “realtà psichica”. Questa realtà psichica scoperta da Jung è fatta di figure immaginarie. La sua natura ha a che fare con la poesia, il teatro,la letteratura».

In tal senso, l’intervento più significativo nel volume di interviste sulla Attualità del pensiero di Carl Gustav Jung (Persiani Editore) è quello di CARLA STROPPA, psicoterapeuta e psicoanalista junghiana, direttrice scientifica della moretti&vitali. «Di fatto dietro alla psicologia c’è una cultura plurisecolare che proviene dai letterati, dai filosofi, dai poeti, dagli artisti. Dovremmo imparare a leggere la cultura con sguardo psicologico e allora ci renderemmo conto che in essa si rappresentano gli stessi nuclei del processo individuativo così come Jung lo ha percepito e argomentato nella sua psicologia analitica. Non è cosa da poco: aiuta a non vivere la propria patologia e la propria fatica di trovare un orientamento nella vita come se fossero solo individuali e contingenti. Aiuta a sentirsi appartenenti al mondo e alla storia profonda dell’anima. […]L’Umanesimo sarebbe da recuperare nel suo valore intrinseco, non in quanto materia fantasmatica da sottoporre alle verifiche scientifiche come sta avvenendo con le neuroscienze».

Le neuroscienze riveleranno la struttura della psiche. E scopriranno che siamo fatti della stessa sostanza dei sogni.

Fausto Sesso

www.fuoridallemura.it

Dedicata ai miei nipoti, Danilo, specializzando in Psicoterapia Psicoanalitica dell’Età Evolutiva, e Gianluca, specializzando in Neuropsichiatria Infantile. Affinché se ne ricordino. Entrambi.

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