Rivista Il Minotauro

Carl Gustav Jung e Wilhelm Reich: interpretazione archetipica ed energetica del fenomeno dei dischi volanti

di Riccardo Gramantieri

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale iniziano a diffondersi notizie di avvistamenti di oggetti misteriosi e di luci nel cielo. Quelli che in mancanza di certezze vengono definiti come oggetti volanti non identificati, cioè ufo (unidentified flying object) divengono, come scrive Nicoletta Cavazza nell’introduzione al famoso testo di Festinger, Riecken e Schacter Quando la profezia non si avvera, “oggetti sociali rilevanti che richiedono di essere integrati in un sistema culturale che offra loro un senso intelligibile” (Cavazza, 2012, p. 20).
Il maggior tentativo di interpretazione di tale fenomeno è Un mito moderno: le cose che si vedono in cielo che Carl Gustav Jung pubblica nel 1958. L’opera nasce da uno studio più che decennale dedicato a quelle che lo scienziato definisce visioni, e non allucinazioni. Questo per sottolineare il fatto che la vista degli ufo presuppone, conformemente alle basi della psicologia analitica, uno stato non morboso e non patologico. Lo psicologo svizzero si interessa, a quanto scrivono i giornali e la letteratura specialistica, in particolare a uno dei testi paradigmatici dell’ufologia dell’epoca, e cioè The Flying Saucers Are Real (1950) di Donald Keyhoe. Il libro, molto famoso all’epoca, non mancò di interessare anche Wilhelm Reich, l’altra grande personalità della psicoanalisi che si interessò al fenomeno degli ufo e la cui visione teorica sull’energia pulsionale ha non pochi punti di contatto con quella junghiana. Entrambi infatti, influenzati dall’élan vital del filosofo Henri Bergson, credono nell’esistenza in una forma di energia che muova l’essere umano: psichica, senza particolari connotazioni sessuali (cioè freudiane) e capace di influenzare ogni cosa per Jung; fisica, irradiata dal sole e presente in tutti gli organismi biologici per Reich (Pitto, 2014).
L’interpretazione di Jung può essere però applicata non solo al fenomeno dell’ufo in sé, ma anche alla nascita della stessa teoria reichiana. La nozione di sincronicità, centrale nella spiegazione che lo scienziato dà al fenomeno e che spiega la coesistenza degli avvistamenti ufo, della fantascienza americana e del bisogno di risposte metafisiche negli aridi tempi del Maccartismo e della Guerra fredda, può adattarsi anche alla nascita dell’interesse che il materialista Reich manifestò improvvisamente per gli ufo negli anni Cinquanta.

Carl Gustav Jung e la rappresentazione archetipica del mandala

Per capire l’interesse di Jung riguardo alla visione dei dischi volanti, occorre rifarsi al primo decennio del Novecento quando lo studioso sperimentò l’astrologia come mezzo per arrivare all’inconscio dei pazienti (Freud, Jung, 1906-1913). Quello, e altri metodi predittivi “erano veri agli occhi di Jung nel senso che possedevano una percezione della realtà derivante dai livelli non consci e primitivi della psiche. Non erano veri in sé stessi, nel senso di essere descrizioni della realtà esterna da prendere alla lettera. Ma erano descrizioni del paesaggio interiore, e in quel grado erano veri come percezioni simboliche di una dimensione della realtà cui si può giungere solo indirettamente” (Progoff, 1973, p. 13). Jung non credeva alla divinazione, ma credeva fosse importante comprenderne l’uso simbolico che ne veniva fatto. Era proprio l’aspetto simbolico dei metodi divinatori (come lo sarà quello dei trattati alchemici) a essere significativo. Questo perché attraverso l’analisi di simboli era possibile interpretare i processi mentali che vi stavano dietro.
Lo stesso ragionamento può applicarsi ora allo studio sugli ufo: non importa che gli ufo siano veri in se stessi, quanto che lo siano come proiezioni dell’inconscio.
Negli anni ‘20 Jung diede una solida base scientifica alla propria psicologia analitica con Energetica psichica (1928; noto anche come Energetica dell’anima): la libido poteva essere trattata come una specie di energia e per essa dunque doveva valere il principio che “nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”, creando le necessarie compensazioni ove serve. Se da una parte della struttura psichica avviene uno sbilanciamento dovuto a un disagio, allora scatterà una compensazione energetica che consentirà alla persona di affrontare tale disagio. Se una certa quantità di libido scompare in un certo campo psichico, per il principio di equivalenza della fisica, essa apparirà altrove.
Questo concetto di compensazione è alla base della connessione fra disagio e percezione della forma-ufo. Il bilanciamento della libido avviene attraverso la proiezione di un simbolo che è circolare, in questo caso il mandala, che trasforma l’eccesso di energia-libido in una forma visibile alla persona scompensata. Jung riconduce pertanto la visione dei dischi volanti alla rappresentazione archetipica del mandala. Negli stessi anni in cui studia il fenomeno ufo, Jung pubblica anche il saggio La sincronicità come principio di nessi causali (1952). Egli descrive il fenomeno come la “coincidenza temporale di due o più eventi non legati da un rapporto causale, che hanno uno stesso o un analogo contenuto significativo. Uso quindi il termine «sincronicità» in opposizione a «sincronismo», che rappresenta la semplice contemporaneità di due eventi” (Jung, 1951, p. 471). Si parla dunque di sincronicità quando fra un evento esterno e uno interno sussistono le condizioni di parallelismo di significato e corrispondenza temporale, di impensabilità della relazione causale, di inapplicabilità delle leggi statistiche, e infine di una rilevante presenza nell’osservatore di un fattore affettivo (The Scientification of Religion, Tagliagambe, Malinconico, 2011).
Jung riprende quest’ultimo requisito nuovamente dalla fisica moderna, nella quale l’osservatore del fenomeno perturba il fenomeno stesso, e quindi finisce per esserne parte. Nei fenomeni sincronicistici, l’osservatore influenza il fenomeno con il suo tono affettivo. Gli eventi oggettivi non dipendono solo dalla loro relazione con l’osservatore, ma anche del rapporto invisibile fra essi e le condizioni soggettive, cioè psichiche dell’osservatore. Esistono dunque eventi il cui accadere non è fortuito, ma dipende da un insieme di fattori psicologici e ancestrali; situazioni particolari che si verificano in determinati momenti perché dovuti ad un ordine analogico del macrocosmo allineato al microcosmo, un ordine non gestito dal nostro arbitrio ma dalla funzione ordinante degli archetipi (Jacobi, 1942).
In particolare il mandala, il circolo rituale o magico che viene usato come strumento di contemplazione, viene ampiamente studiato da Jung in Psicologia e alchimia (1948) e nelle opere successive. Esso si presenta come una forma che viene gradatamente costruita dall’immaginazione quando è presente un disturbo dell’equilibrio psichico e svolge la funzione di ordinatore di situazioni caotiche, conferendo alla personalità la maggior unità e interezza possibili in quanto, come scritto in Che cosa sono i mandala, “l’ordine severo imposto da un’immagine circolare come quella mandalica compensa il disordine e la confusione dello stato psichico” (Jung, 1955, p. 381), divenendo prodromo di un nuovo e differente equilibrio. La forma circolare, così semplice, e quindi universale, rappresenta perciò tanto una compensazione della frattura psichica quanto un preavviso del superamento della medesima, visto il carattere anticipatorio della libido junghiana. Può allora manifestarsi dovunque. Il momento propizio per la formazione di questo simbolo, l’evento sincronicistico in cui si manifesta, è quello in cui una visione del mondo “trascina con sé, nel suo passaggio, quelle formule e costruzioni che fino ad allora erano valse come risposte ai grandi enigmi della vita” (Concato, 1996, p. 91). Il mandala, che in altre epoche (il Medioevo) e in altre ambiti (l’alchimia) aveva fornito immagini circolari simboliche collegate agli interrogativi del momento, negli anni Cinquanta, cioè in piena Guerra fredda, scatena delle fantasie che hanno un carattere “cosmico” presentandosi sotto forma di disco volante rotondo (di ufo).
È interessante notare che il primo testimone oculare che la storia dell’ufologia ricordi, il pilota Kenneth Arnold, raccontando del suo avvistamento avvenuto nel 1947, parlò di velivoli che volavano come un piattino che salta sull’acqua (Arnold, Palmer, 1952), ma l’asserzione venne fraintesa. Infatti, egli non disse mai che gli oggetti che aveva visto erano tondi come piatti (avevano piuttosto la forma di un boomerang) ma che volavano come piatti, sobbalzando. Eppure la gente vedeva dei dischi, malgrado la forma degli oggetti volanti descritti dalla fantascienza dell’epoca fosse principalmente quella del razzo. L’interpretazione junghiana e l’uguaglianza mandala-ufo è dunque rafforzata da questa testimonianza: il testimone vide la forma di un boomerang, ma tutti gli avvistatori successivi ebbero la visione di cerchi.
In un periodo storico che è espressione di un forte materialismo, con l’Unione Sovietica vista come un sistema politico spersonalizzante e gli Stati Uniti caratterizzati dalla persecuzione maccartista, Jung vede l’uomo moderno allontanarsi dai valori che per secoli lo hanno contraddistinto. A causa di ciò si generano paure che trascinano l’umanità in un mare di incertezze che non potranno far altro che creare “concentrazioni di energia e movimenti di massa che si sottrarranno ad ogni controllo ragionevole e non potranno più essere indirizzati a un fine buono” (Jung, 1957, p. 151).
Nel breve articolo Sui dischi volanti (1954) Jung scrive che la situazione psichica dell’umanità e il fenomeno degli ufo come realtà fisica non presentano in realtà alcun rapporto di causalità, ma presentano coincidenze significative (sincronicistiche). Infatti “la comparsa e l’influenza del Maccartismo mostrano la profonda, ansiosa inquietudine del pubblico americano. È per tale motivo che la maggior parte dei segni nel cielo vengono avvistati nel Nord America” (Jung, 1954, p. 322). Preoccupazione analoga è espressa pienamente anche in Presente e futuro (1957) nel quale viene scritto che “noi viviamo nel kairos, nell’attesa di una ‘metamorfosi degli dei’, ossia dei principi e dei simboli fondamentali. Quest’esigenza del nostro tempo, che davvero non abbiamo scelto coscientemente, è l’espressione dell’uomo interiore e inconscio che si trasforma”(Jung, 1957, p. 155).
L’anno successivo, nel saggio Un mito moderno: le cose che si vedono in cielo, viene rimarcato come quegli anni di Guerra fredda siano il momento in cui “la fantasia proiettiva oltrepassa la sfera delle organizzazioni e delle potenze terrestri e sfocia nel cielo, nello spazio cosmico delle costellazioni, dove un tempo avevano dimora nei pianeti i padroni del destino, gli dei” (Jung, 1958, p. 172). In un decennio di contrasti politici e sociali mai visti prima, si deve prospettare una mediazione, e il mediatore è l’ufo, colui che sta fra l’alto e il basso, fra il caldo della terra e il freddo dello spazio, il “simbolo unificatore” (Jung, 1958, p. 270). In tempi così aridi e materialisti1, pensa Jung, segni che appaiono a lui così chiari, non vengono riconosciuti dai più come fattori psichici ma, più semplicemente, si è indotti a crederli come segni apparentemente fisici. In questo modo la totalità rotonda del mandala, da un’espressione della psiche diventa un apparecchio interplanetario guidato da esseri intelligenti. Questo perché in quegli anni si presta allo spazio aereo e alla sfera celeste un’attenzione senza precedenti attraverso gli esperimenti con gli aerei a reazione, i missili e i satelliti artificiali. Gli ufo divengono infatti visibili in un momento in cui la fantasia degli uomini si accinge a discutere la possibilità di viaggi interplanetari.

[questo testo è solo un estratto. Leggi l'articolo completo sulla Rivista "Il Minotauro" n.1 2015]

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