Rivista Il Minotauro

Il Minotauro Giugno 2017, sfoglia l’anteprima

Il Nuovo numero de Il Minotauro – Giugno 2017 è già ordinabile online!

 

Ecco alcuni articoli che potrebbero interessarti:

Il ruolo delle emozioni nell’arte della comunicazione. Un approccio psicologico
di Javier Fiz Pérez e Andrea Ardia

Psicoide e protomentale: Jung e Bion
di Riccardo Gramantieri ed Erica Neri

L’inserimento del disabile nel mondo del lavoro
di Javier Fiz Pérez ed Eleonora Ginepri

La crescita del disabile attraverso tre temi fondamentali
di Javier Fiz Pérez ed Eleonora Ginepri

Intervista a Mario Trevi. Conversazioni sull’ombra e la creatività nella poetica di Arthur Rimbaud
di Alessandro Raggi e Marianna di Mezza

Employer branding: le motivazioni delle risorse umane in chiave di sostenibilità e crescita del business
di Javier Fiz Pérez e Chiara Greta De Filippo

Jung e Neumann. Il carteggio (1933-1959)… della delusione
di Giuseppe Ierace

Sussidiarietà e Terzo Settore: i nuovi attori sociali. Dal ben essere al ben vivere
di Javier Fiz Pérez e Michele Ferraro

Welfare aziendale. Il bene comune diventa motore per la crescita
di Javier Fiz Pérez e Chiara Greta De Filippo

Psicoide e protomentale: Jung e Bion

Articolo di Riccardo Gramantieri e Erica Neri

Le formulazioni del concetto di inconscio, in Jung e in Bion, sono complesse e affascinanti e al di là della loro indubbia originalità, hanno punti di contatto. Carl Gustav Jung (1875-1961), legato a Freud per un certo periodo della propria vita professionale, elabora la propria psicologia analitica in maniera autonoma dal maestro viennese, malgrado alcune intuizioni comuni nate durante lo studio delle associazioni verbali. Wilfred Bion (1897-1979) affonda le proprie radici nel pensiero freudiano e deriva il proprio lavoro dalla teoria delle relazioni oggettuali di Melanie Klein. Jung e Bion, appartenenti a momenti diversi della storia psicoanalitica, sono ovviamente autonomi nel proprio lavoro teorico, per cui non si evidenziano collegamenti diretti. Bion arriva alla psicoanalisi attraverso gli studi di medicina e il successivo lavoro con i gruppi in ambito militare, e l’unico labile collegamento con il pensiero junghiano è riscontrabile come interesse culturale, quando nel 1935 consigliò al suo illustre paziente, Samuel Beckett, di ascoltare una conferenza che Jung teneva alla clinica Tavistock (Bléandonu, 1990). È possibile, tuttavia, riscontrare, nei due Autori, l’interesse per il funzionamento psicotico e la messa a punto di una tecnica rivolta all’hic et nunc piuttosto che al passato. È possibile inoltre pensare ad alcune ulteriori analogie fra alcuni concetti cardine, quali l’inconscio interpersonale, il processo di trasformazione da inconscio a conscio attuato durante la seduta, e l’ipotesi di concomitanza di significati fra elementi psicofisici.

 L’inconscio collettivo in Jung

Jung, proseguendo alcuni studi compiuti da Eugen Bleuler, compie i primi esperimenti associativi su persone “normali” durante lo svolgimento della sua professione presso la clinica psichiatrica Burghölzli di Zurigo, e pubblicherà la metodologia dell’esperimento ed i risultati nel 1904. A questi primi studi segue l’applicazione del metodo alle persone affette da dementia praecox, patologia che rappresenta il primo campo di studi e di interesse di Jung. Gli esperimenti di associazione permettono di rilevare l’esistenza di complessi. Nel saggio Sulla dottrina dei complessi (1911), Jung definisce il complesso come un tema personale costituito da varie idee tenute assieme da un tono emotivo e che, in particolari condizioni, può esercitare un influsso patogeno. Esso è il «polo di attrazione delle rappresentazioni [ed ha] capacità di azione autonoma nella mente, indipendente dalla coscienza» (Innamorati, 2013, p. 53). Il complesso è relativamente indipendente dal controllo centrale della coscienza ed è capace in qualsiasi momento di condizionare e contrastare le intenzioni dell’individuo grazie alla sua autonomia, proprietà che permette la prevaricazione dell’autocontrollo.

Nelle persone “normali”, il complesso dell’Io, grazie al suo collegamento diretto con le sensazioni corporee, è il più stabile e il più ricco di associazioni; negli schizofrenici l’attività psichica è invece in balia di altri complessi, particolarmente forti, quali quelli della Madre e del Padre. Essi occupano un posto di primo piano e padroneggiano i pazienti in modo assoluto, per cui essi parlano, agiscono e sognano solo secondo quanto suggerito da tali complessi (Jung, 1907).

Al centro del complesso c’è un tono emotivo, poi ridefinito archetipo, termine che Jung riprende da De opificio mundi del filosofo ebreo-ellenico Filone d’Alessadria (Jung, 1934-54). Gli archetipi sono universali, latenti e inconsci, sono cioè tracce mnestiche provenienti dal passato ancestrale dell’uomo, accumulatesi in seguito alle continue ripetizioni di esperienze di infinite generazioni, e contenenti immagini mitologiche ereditate con la struttura cerebrale (Magnanensi, 1974). Il loro insieme costituisce l’inconscio collettivo (o psicoide), di cui fanno parte anche gli istinti (Shamdasani, 2003). Come ogni uomo possiede degli istinti, così possiede anche immagini originarie. Le prove di quest’affermazione sono offerte in primo luogo dalla psicopatologia di quei disturbi mentali nei quali si manifesta l’inconscio collettivo. Nella schizofrenia si assiste infatti all’emergere di impulsi arcaici associati ad immagini inconfondibilmente mitologiche (Jung, 1919). Lo psicoide esercita dunque un’azione sulla persona, attraverso l’emergere di idee chiamate complessi al cui centro vi è l’archetipo; esso è pertanto il deposito di tutte le esperienze umane fin dai più oscuri primordi (Jacobi, 1959). Un archetipo «sorge in quanto coincide con una maniera consolidata o abituale di affrontare delle situazioni critiche; quando, nella vita, si presenta una crisi, viene costellato questo o quell’archetipo: è una specie di meccanismo o di atteggiamento tipico per mezzo del quale si risolvono problemi tipici» (Jung, 1934-1935, p. 25). Esso non è una rappresentazione, ma una possibilità di rappresentazione ereditata alla quale ricorrere (Jacobi, 1959). Quando il materiale grezzo dell’inconscio collettivo entra in relazione con la coscienza e con la sua proprietà modellatrice, l’archetipo emerge e prende corpo, diventando un’immagine sensibile, cioè rappresentabile (Jacobi, 1959). Gli archetipi, eredità filogenetica e parte di un ordine biologico delle funzioni mentali, costituiscono pertanto un modello determinato che possediamo alla nascita (Jung, 1964), allo stregua dello schema di comportamento di un animale che, appena nato, sa già come muoversi. Essi sono l’aspetto psichico della struttura cerebrale in quanto si ereditano con essa (Jacobi, 1959); sono «manifestazioni autonome degli strati più profondi della psiche [che] necessariamente ha luogo al di là dell’Io e della coscienza. […]

In uscita sul nuovo numero di giugno

“Jung e l’alchimia: Introduzione all’alchimia junghiana” di Diego Pignatelli Spinazzola

Jung_e_l'alchimia_coverJung e l’alchimia: Introduzione all’alchimia junghiana presenta un incredibile condensato e assortimento di teorie e insights analitici. Leggere pochi paragrafi o stralci apre lo spazio contemplativo al lettore destandone il potente numinosum carico di lava incandescente e compulsione. Il lettore più attento alle tematiche junghiane sarà sorpreso dall’affine somiglianza di preposizioni, sintassi e rimandi asistematici a là Jung allle Opere seguendo quindi la stessa asistematicità e sovrapposizione propria dello psicologo svizzero nelle corroborazioni empiriche, nella traiettoria verace ai temi ed ai soggetti della letteratura junghiana: uno su tutti l’alchimia non seconda allo gnosticismo ed a quella curvatura enantiodromica nel segno Ichthys che fu l’archetipo psicologico di Cristo ed il suo parallelo Cristo-Lapis che indaffarò assiduamente l’ultimo Jung delle Opere. Intessuta di un’abbondante terminologia rifacentesi al Mysterium coniunctionis (1955-56) e ad Aion(1951) nonché a Psicologia e religione (1938/40) e Saggio d’interpretazione psicologica del dogma della Trinità (1942/48) Psicologia e alchimia (1944) Jung e l’alchimia intende rischiarare al lettore i fasti di una poetica negletta da quell’oscillazione del pendolo che va per la sovra-generalizzazione del “vocabolario junghiano”o “di stereotipi, pop-cultura e modernità e nelle linee di tendenza quindi riferendosi ad uno Zeitgeist di lettura post-moderna nel mainstream e laddove invece seguendo le traiettorie dell’arcanum a vantaggio della sovramplificazione poetica di una trasposizione sincretica di idee prese dal retroterra gnostico di Jung “Jung e l’alchimia” si rivelerà essenzialmente un’ elaborazione ulteriore di quei temi cari al padre pioniere e fondatore della psicologia analitica proprio laddove egli non ne aveva lasciato intendere un’ulteriore estensione teorica e laddove in Jung e l’alchimia tento di riproporre riprendendo parallelamente lo stesso excursus junghiano e riemergendo dal “mare pescoso” della misteriosofica dottrina l’arcanus thesaurusprediletto, il magnete psichico quale archetipo psicologico di Cristo, quindi il parallelo Cristo-Lapis, l’Herakleion lithon, l’alexipharmakon e gli inestimabili cardini della quaternità, la Tetraktys, il serpens quadricornutus e il lumen luminum, la Trinità celeste e l’Antitrinità: il princeps huius mundi, Cristo e l’Anticristo, Castore e Polluce, i Dioscuri e l’antagonismo dei fratelli quali modelli primordiali archetipici e pre-secolari soggiacenti l’umanità, il Caduceo di Asclepio quale integratore degli opposti, il problema dell’apollineo e del dionisiaco quale parallelo ermetismo e gnosticismo, l’emergenza del positivismo e realismo scientifico quale contraltare al lumen naturae. Il testo si muoverà poi su altre tematiche junghiane quali il problema della crocifissione degli opposti, il summum bonum e la questione morale teologica a scapito dell’umbra Jesu, l’assumptio Mariae e il Dogma dell’Assunzione (1950) quale quarto elemento e quarta funzione individuata dall’analisi junghiana nella Trinità imperfetta (vedi Mysterium coniunctionis (1955/56) sostituita dallasimia Dei, dall’importanza radicale del gibbone o dall’anima mercurii concludendo poi con l’assioma di Maria Prophetissa detta l’Ebrea in un’ulteriore rielaborazione ontologica nel concetto di “splitting” e scissione patologica e nell’importanza di questa rivisitazione nel concetto di schizofrenia secondo un frame-work e un leit-motiv inerente al Mysterium coniunctionis per una riconsiderazione euristica e teorico-clinica del disturbo psicotico e della diagnosi schizofrenica. Sarà rivisitato quel “Quarto perduto” che fu l’assidua ricerca del Lapis philosophorum per gli adepti della materia arcana. Un excursus che si rivelerà al lettore e soprattutto all’analista, al cultore, al clinico professionista e all’addetto ai lavori nel contesto della trattazione e della letteratura classica delle Opere di C. G. Jung una narrazione poetica, un pastoso nettare, una metapsicologia intessuta ed assortita di insolite metafore familiari allo stesso Jung, ma che nella ricchezza e nella tonalità lirica ed arcaica di analogie e parafrasi sorprendentemente affini allo stile classico e originario del celebre psicologo di Zurigo, offrano in questa sede una reviviscenza ed un recupero di quell’originaria dialettica, semantica e impostazione creativa letteraria dello scienziato svizzero all’interno di un divenire mitopoietico e di un fare anima nel temenos della psiche junghiana quindi al centro dell’opus alchymicum proponendo di fatto un arcano distillato di saperi antichi quale perno e gioiello inestimabile della stessa narrazione junghiano-analitica.

Diego Pignatelli Spinazzola

Autore, scrittore, saggista, membro IAJS (International Association for Jungian Studies)

Riferimenti:

 C. G. Jung., Aion: Ricerche sul simbolismo del Sé (1951), in Opere, vol 9 t.2, Bollati Boringhieri editore, Torino 2006.

C. G. Jung., Mysterium coniunctionis (1955/56), in Opere, vol. 14, t. 2 (a cura di) M. A. Massimello, Bollati Boringhieri editore Torino 2008.

Picinelli, Filippo, Mondo Simbolico, Milano 1669, Trad. Mundus symbolicus, Colonia 1687.

Pignatelli Spinazzola D., Jung e l’alchimia: Introduzione all’alchimia junghiana, Persiani 2015.

Pignatelli Spinazzola D., Alchimia Junghiana: Riflessioni teoriche di psicoanalisi junghiana e psicologia del profondo: Attraversando l’Opus alchemico di C. G. Jung, Persiani 2015.

Plinio Gaio Secondo, Historia naturalis, tr. Storia naturale, Einaudi, Torino 1982.

Sant’Ippolito, Elenchos (Refutatio omnium haeresium) in “Hyppolytos Werke”, vol iii, (a cura di) O. Wendland, in “Griechische christliche Schriftsteller”., Lipsia 1916. (Trad. Fr. Philosophumena on Rèfutation de toutes les heresies, (a cura di ) A. Siouville, 2 voll., Rieder Parigi 1928).

Hoghelande T., Liber de alchemiae difficultatibus in Theatrum chemicum.

Il Minotauro Dicembre 2016, sfoglia l’anteprima


Il Nuovo numero de Il Minotauro – Dicembre 2016 è già ordinabile online!

Ecco alcuni articoli che potrebbero interessarti:

Psicoanalisi e Addiction: Tendenze di ricerca
di Riccardo Galiani e Carlo Paone
Jung e Pauli. Dal passato una lezione per il futuro
di Maria Pusceddu
Quale modello per le neuroscienze: Terza parte
di Claudio Messori
Sincronicità dell’assoluto. Sivaismo-Kascmiro e fenomenologia junghiana: Terza parte
di Gigliola Panzacchi
Homo, serpens, rotondum e lapis. Progressione e regressione nello schema di Ascensus e Descensus: un’ulteriore elaborazione sull’Aion di C.G. Jung
di Diego Pignatelli Spinazzola
Le fiabe come trame di senso, mappe simboliche di vita
di Silvia Castelli
L’archetipo del guaritore ferito
di Ivana Guercilena

Cancro. Scienza, Mito e Destino – Mario Soliani

Cancro. Mario Soliani

Cancro. Scienza, Mito e Destino – Mario Soliani: un saggio che fa riflettere e parla del cancro con uno sguardo differente da quello a cui abbiamo abituato il nostro pensare e sentire.

Ci offre strumenti per prendersi cura di sé, avendo ben chiaro che la conoscenza è la misura della libertà dell’uomo. L’autore ci accompagna in un viaggio complesso che interroga il nostro modo di “essere nel mondo” e disvela come l’uomo si ammala nel tempo dell’insicurezza e dell’indifferenza.

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Giugno 2016 – il nuovo numero

 

Il Minotauro – Giugno 2016
Ecco alcuni interessanti articoli:

  • Iniziare a leggere e a pensare
    di Rossana dalla Stella
  • Catastrofe e trauma: La Strada di Cormac McCarthy come esempio simbolico di letteratura post-11-settembre
    di Riccardo Gramantieri
  • Il disiato riso. Immagine della madre e difetti narcisistici
    di Pierluigi Moressa
  • Neuroscienze e psicologie del profondo
    di Maria Pusceddu
  • Il transfert secondo Fordham: “Io credo nell’individuo” – Parte prima
    di Luca Valerio Fabj
  • Sincronicità dell’assoluto – Parte seconda
    di Gigliola Panzacchi

Il Dizionario dei simboli infantili

dizionario dei simboli infantili_coverdi Anna Maria Casadei

[Estratto dal libro edito dalla Casa Editrice Persiani Dizionario dei simboli infantili] – L’opera di Anna Maria Casadei meriterebbe un’introduzione di ampio respiro e di intenso impegno intellettivo, tanto è vasto e profondo il tema trattato, ma non intendo togliere al lettore il piacere di soddisfare, pagina per pagina, la curiosità della scoperta: una scoperta che gli permette di rivivere la propria infanzia e la propria adolescenza.

Di fatto l’autrice legge i disegni non nel modo realistico dell’immediato presente, ma in senso longitudinale, ovvero nel “farsi” momento per momento; in tal modo arriva al cuore ed estrae l’aspetto emotivo e cognitivo delle situazioni vissute dando evidenza al contenuto viscerale, creativo e relazionale. In tal modo Anna Maria Casadei invita i genitori non solo a leggere il testo, ma anche a usarlo.
Le finalità pedagogiche sono chiare e invitano a considerare, oltre che la nostra cultura, anche altre culture dato che oggi le scuole sono multietniche e i disegnatori potrebbero rappresentare usi e abitudini del gruppo etnico dell’ambiente di provenienza. Altro non voglio aggiungere, ma non posso non segnalare i preziosi suggerimenti pedagogici desunti dall’esame della produzione grafica dei bambini. Ed è meritevole il fatto che tali suggerimenti siano proposti con cautela e rispetto, in modo che il genitore li accetti senza sentirsi colpevolizzato. Sento, quindi, il dovere di raccomandare al lettore di prestare particolare attenzione alle pagine in cui l’autrice interpreta parole di uso comune (alluvione, altalena, amo da pesca, animale, arancia, albero, barca, bastone, ecc.) giacché, dall’esame di tali parole, trae significato espressivo degli atteggiamenti del bambino di fronte al mondo che lo circonda. Da qui i relativi suggerimenti pedagogici. Inoltre, mi pare importante segnalare la posizione e le dimensioni in cui il bambino pone il suo disegno nel foglio che gli sta di fronte: fare disegni molto piccoli e ai lati del foglio può essere indicativo di un’educazione iperprotettiva, che ostacola lo sviluppo di una personalità autonoma. Come ho cercato di affermare in questa brevissima prefazione, il libro di Anna Maria Casadei è ricco di messaggi educativi su cui insegnanti e genitori dovrebbero seriamente meditare.
Personalmente, come Decano di Psicologia Italiana, mi piace ringraziare l’autrice per averci fatto dono di un’opera di piacevole lettura e profonda dottrina.

Renzo Canestrari

Professore Emerito di Psicologia dell’Università di Bologna

15/10/2015

in arrivo il numero di Dicembre

Il Minotauro – Dicembre 2015

ecco alcuni interessanti articoli che troverete nel numero di giugno:

  • Proiezione, transfert e relazione interpersonale in psicologia di Carl Alfred Meier
  • L’adozione: il punto di vista dei protagonisti. Componenti psicologiche negli adulti e nel minore di Javier Fiz Pérez e Elena Malinconico
  • Vita mentale e primitiva e prospettive di funzionamento di Rossana Dalla Stella
  • Quale modello per le neuroscienze – seconda parte di Claudio Messori
  • Dall’ego psychology alla psicologia analitica: per una teoria emergente del Sé di Diego Pignatelli Spinazzola
  • Counselling: gli esordi di Lucia Orso Giacone
  • Dca e nuove dipendenze. Note preliminari alla clinica psicodinamica delle tossicomanie di Alessandro Raggi
  • Inside Out. Tutto si trasforma di Diana Cani
  • La forza e la saggezza: un esempio dell’Io e del Sé di Paola Palmiotto
  • Presa di coscienza del Sé da parte dell’Io di Deborah Saponaro
  • La sentenza del tar del Lazio  riconosce l’unicità della professione di psicologo

Carl Gustav Jung e Wilhelm Reich: interpretazione archetipica ed energetica del fenomeno dei dischi volanti

di Riccardo Gramantieri

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale iniziano a diffondersi notizie di avvistamenti di oggetti misteriosi e di luci nel cielo. Quelli che in mancanza di certezze vengono definiti come oggetti volanti non identificati, cioè ufo (unidentified flying object) divengono, come scrive Nicoletta Cavazza nell’introduzione al famoso testo di Festinger, Riecken e Schacter Quando la profezia non si avvera, “oggetti sociali rilevanti che richiedono di essere integrati in un sistema culturale che offra loro un senso intelligibile” (Cavazza, 2012, p. 20).
Il maggior tentativo di interpretazione di tale fenomeno è Un mito moderno: le cose che si vedono in cielo che Carl Gustav Jung pubblica nel 1958. L’opera nasce da uno studio più che decennale dedicato a quelle che lo scienziato definisce visioni, e non allucinazioni. Questo per sottolineare il fatto che la vista degli ufo presuppone, conformemente alle basi della psicologia analitica, uno stato non morboso e non patologico. Lo psicologo svizzero si interessa, a quanto scrivono i giornali e la letteratura specialistica, in particolare a uno dei testi paradigmatici dell’ufologia dell’epoca, e cioè The Flying Saucers Are Real (1950) di Donald Keyhoe. Il libro, molto famoso all’epoca, non mancò di interessare anche Wilhelm Reich, l’altra grande personalità della psicoanalisi che si interessò al fenomeno degli ufo e la cui visione teorica sull’energia pulsionale ha non pochi punti di contatto con quella junghiana. Entrambi infatti, influenzati dall’élan vital del filosofo Henri Bergson, credono nell’esistenza in una forma di energia che muova l’essere umano: psichica, senza particolari connotazioni sessuali (cioè freudiane) e capace di influenzare ogni cosa per Jung; fisica, irradiata dal sole e presente in tutti gli organismi biologici per Reich (Pitto, 2014).
L’interpretazione di Jung può essere però applicata non solo al fenomeno dell’ufo in sé, ma anche alla nascita della stessa teoria reichiana. La nozione di sincronicità, centrale nella spiegazione che lo scienziato dà al fenomeno e che spiega la coesistenza degli avvistamenti ufo, della fantascienza americana e del bisogno di risposte metafisiche negli aridi tempi del Maccartismo e della Guerra fredda, può adattarsi anche alla nascita dell’interesse che il materialista Reich manifestò improvvisamente per gli ufo negli anni Cinquanta.

Carl Gustav Jung e la rappresentazione archetipica del mandala

Per capire l’interesse di Jung riguardo alla visione dei dischi volanti, occorre rifarsi al primo decennio del Novecento quando lo studioso sperimentò l’astrologia come mezzo per arrivare all’inconscio dei pazienti (Freud, Jung, 1906-1913). Quello, e altri metodi predittivi “erano veri agli occhi di Jung nel senso che possedevano una percezione della realtà derivante dai livelli non consci e primitivi della psiche. Non erano veri in sé stessi, nel senso di essere descrizioni della realtà esterna da prendere alla lettera. Ma erano descrizioni del paesaggio interiore, e in quel grado erano veri come percezioni simboliche di una dimensione della realtà cui si può giungere solo indirettamente” (Progoff, 1973, p. 13). Jung non credeva alla divinazione, ma credeva fosse importante comprenderne l’uso simbolico che ne veniva fatto. Era proprio l’aspetto simbolico dei metodi divinatori (come lo sarà quello dei trattati alchemici) a essere significativo. Questo perché attraverso l’analisi di simboli era possibile interpretare i processi mentali che vi stavano dietro.
Lo stesso ragionamento può applicarsi ora allo studio sugli ufo: non importa che gli ufo siano veri in se stessi, quanto che lo siano come proiezioni dell’inconscio.
Negli anni ‘20 Jung diede una solida base scientifica alla propria psicologia analitica con Energetica psichica (1928; noto anche come Energetica dell’anima): la libido poteva essere trattata come una specie di energia e per essa dunque doveva valere il principio che “nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”, creando le necessarie compensazioni ove serve. Se da una parte della struttura psichica avviene uno sbilanciamento dovuto a un disagio, allora scatterà una compensazione energetica che consentirà alla persona di affrontare tale disagio. Se una certa quantità di libido scompare in un certo campo psichico, per il principio di equivalenza della fisica, essa apparirà altrove.
Questo concetto di compensazione è alla base della connessione fra disagio e percezione della forma-ufo. Il bilanciamento della libido avviene attraverso la proiezione di un simbolo che è circolare, in questo caso il mandala, che trasforma l’eccesso di energia-libido in una forma visibile alla persona scompensata. Jung riconduce pertanto la visione dei dischi volanti alla rappresentazione archetipica del mandala. Negli stessi anni in cui studia il fenomeno ufo, Jung pubblica anche il saggio La sincronicità come principio di nessi causali (1952). Egli descrive il fenomeno come la “coincidenza temporale di due o più eventi non legati da un rapporto causale, che hanno uno stesso o un analogo contenuto significativo. Uso quindi il termine «sincronicità» in opposizione a «sincronismo», che rappresenta la semplice contemporaneità di due eventi” (Jung, 1951, p. 471). Si parla dunque di sincronicità quando fra un evento esterno e uno interno sussistono le condizioni di parallelismo di significato e corrispondenza temporale, di impensabilità della relazione causale, di inapplicabilità delle leggi statistiche, e infine di una rilevante presenza nell’osservatore di un fattore affettivo (The Scientification of Religion, Tagliagambe, Malinconico, 2011).
Jung riprende quest’ultimo requisito nuovamente dalla fisica moderna, nella quale l’osservatore del fenomeno perturba il fenomeno stesso, e quindi finisce per esserne parte. Nei fenomeni sincronicistici, l’osservatore influenza il fenomeno con il suo tono affettivo. Gli eventi oggettivi non dipendono solo dalla loro relazione con l’osservatore, ma anche del rapporto invisibile fra essi e le condizioni soggettive, cioè psichiche dell’osservatore. Esistono dunque eventi il cui accadere non è fortuito, ma dipende da un insieme di fattori psicologici e ancestrali; situazioni particolari che si verificano in determinati momenti perché dovuti ad un ordine analogico del macrocosmo allineato al microcosmo, un ordine non gestito dal nostro arbitrio ma dalla funzione ordinante degli archetipi (Jacobi, 1942).
In particolare il mandala, il circolo rituale o magico che viene usato come strumento di contemplazione, viene ampiamente studiato da Jung in Psicologia e alchimia (1948) e nelle opere successive. Esso si presenta come una forma che viene gradatamente costruita dall’immaginazione quando è presente un disturbo dell’equilibrio psichico e svolge la funzione di ordinatore di situazioni caotiche, conferendo alla personalità la maggior unità e interezza possibili in quanto, come scritto in Che cosa sono i mandala, “l’ordine severo imposto da un’immagine circolare come quella mandalica compensa il disordine e la confusione dello stato psichico” (Jung, 1955, p. 381), divenendo prodromo di un nuovo e differente equilibrio. La forma circolare, così semplice, e quindi universale, rappresenta perciò tanto una compensazione della frattura psichica quanto un preavviso del superamento della medesima, visto il carattere anticipatorio della libido junghiana. Può allora manifestarsi dovunque. Il momento propizio per la formazione di questo simbolo, l’evento sincronicistico in cui si manifesta, è quello in cui una visione del mondo “trascina con sé, nel suo passaggio, quelle formule e costruzioni che fino ad allora erano valse come risposte ai grandi enigmi della vita” (Concato, 1996, p. 91). Il mandala, che in altre epoche (il Medioevo) e in altre ambiti (l’alchimia) aveva fornito immagini circolari simboliche collegate agli interrogativi del momento, negli anni Cinquanta, cioè in piena Guerra fredda, scatena delle fantasie che hanno un carattere “cosmico” presentandosi sotto forma di disco volante rotondo (di ufo).
È interessante notare che il primo testimone oculare che la storia dell’ufologia ricordi, il pilota Kenneth Arnold, raccontando del suo avvistamento avvenuto nel 1947, parlò di velivoli che volavano come un piattino che salta sull’acqua (Arnold, Palmer, 1952), ma l’asserzione venne fraintesa. Infatti, egli non disse mai che gli oggetti che aveva visto erano tondi come piatti (avevano piuttosto la forma di un boomerang) ma che volavano come piatti, sobbalzando. Eppure la gente vedeva dei dischi, malgrado la forma degli oggetti volanti descritti dalla fantascienza dell’epoca fosse principalmente quella del razzo. L’interpretazione junghiana e l’uguaglianza mandala-ufo è dunque rafforzata da questa testimonianza: il testimone vide la forma di un boomerang, ma tutti gli avvistatori successivi ebbero la visione di cerchi.
In un periodo storico che è espressione di un forte materialismo, con l’Unione Sovietica vista come un sistema politico spersonalizzante e gli Stati Uniti caratterizzati dalla persecuzione maccartista, Jung vede l’uomo moderno allontanarsi dai valori che per secoli lo hanno contraddistinto. A causa di ciò si generano paure che trascinano l’umanità in un mare di incertezze che non potranno far altro che creare “concentrazioni di energia e movimenti di massa che si sottrarranno ad ogni controllo ragionevole e non potranno più essere indirizzati a un fine buono” (Jung, 1957, p. 151).
Nel breve articolo Sui dischi volanti (1954) Jung scrive che la situazione psichica dell’umanità e il fenomeno degli ufo come realtà fisica non presentano in realtà alcun rapporto di causalità, ma presentano coincidenze significative (sincronicistiche). Infatti “la comparsa e l’influenza del Maccartismo mostrano la profonda, ansiosa inquietudine del pubblico americano. È per tale motivo che la maggior parte dei segni nel cielo vengono avvistati nel Nord America” (Jung, 1954, p. 322). Preoccupazione analoga è espressa pienamente anche in Presente e futuro (1957) nel quale viene scritto che “noi viviamo nel kairos, nell’attesa di una ‘metamorfosi degli dei’, ossia dei principi e dei simboli fondamentali. Quest’esigenza del nostro tempo, che davvero non abbiamo scelto coscientemente, è l’espressione dell’uomo interiore e inconscio che si trasforma”(Jung, 1957, p. 155).
L’anno successivo, nel saggio Un mito moderno: le cose che si vedono in cielo, viene rimarcato come quegli anni di Guerra fredda siano il momento in cui “la fantasia proiettiva oltrepassa la sfera delle organizzazioni e delle potenze terrestri e sfocia nel cielo, nello spazio cosmico delle costellazioni, dove un tempo avevano dimora nei pianeti i padroni del destino, gli dei” (Jung, 1958, p. 172). In un decennio di contrasti politici e sociali mai visti prima, si deve prospettare una mediazione, e il mediatore è l’ufo, colui che sta fra l’alto e il basso, fra il caldo della terra e il freddo dello spazio, il “simbolo unificatore” (Jung, 1958, p. 270). In tempi così aridi e materialisti1, pensa Jung, segni che appaiono a lui così chiari, non vengono riconosciuti dai più come fattori psichici ma, più semplicemente, si è indotti a crederli come segni apparentemente fisici. In questo modo la totalità rotonda del mandala, da un’espressione della psiche diventa un apparecchio interplanetario guidato da esseri intelligenti. Questo perché in quegli anni si presta allo spazio aereo e alla sfera celeste un’attenzione senza precedenti attraverso gli esperimenti con gli aerei a reazione, i missili e i satelliti artificiali. Gli ufo divengono infatti visibili in un momento in cui la fantasia degli uomini si accinge a discutere la possibilità di viaggi interplanetari.

[questo testo è solo un estratto. Leggi l'articolo completo sulla Rivista "Il Minotauro" n.1 2015]

in arrivo il numero di Giugno

ecco alcuni interessanti articoli che troverete nel numero di giugno:

  • Crisi della psicoanalisi “Fluctuat nec mergitur” di Luca Valerio Fabj
  • La villa dei coralli e dell’oro dei savi:percorsi alchemici e immaginali di un’infanzia archetipica
    di Diego Pignatelli
  • Quale modello per le neuroscienze – Prima parte di Claudio Messori
  • Carl Gustav Jung e Wilhelm Reich: interpretazione archetipica ed energetica del fenomeno dei dischi volanti
    di Riccardo Gramantieri
  • Materialismo del segno, psicologia della forma (da Cezanne a Malevic) di Mauro Lanchi
  • Maturato e tentato suicidio dei giovani: autodistruzione che spesso sottende un silente grido d’aiuto di Federica Pratelli
  • Sincronicità dell’Assoluto – Prima parte  di Gilgiola Panzacchi
  • Lettera al Direttore Cattaneo di Alessandro Raggi
  • Il viaggio folle del folle in viaggio come il peregrinare dell’anima nel “Libro di Thot”. Tarocchi: simbologia e teoresi II di Giuseppe M.S. Ierace
  • “The Tale of tales” – “Il racconto dei racconti”. Analisi e approfondimento di Paola Santunione
  • Archetipi e simboli nelle fiabe delle donne di Giancarla Tisselli
  • Storie di donne, sogni di donne: cercando i percorsi dell’individuazione femminile  di ValeriaTrapani